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venerdì 17 febbraio 2017

Tomaso Montanari, giovane storico dell'arte antirenziano che si sente un Davide della politica

Caravaggio - Davie e Golia
           Roma, 17 febbraio 2017 - Se si vuole comprendere il modo in cui viene intesa la politica dal giovane e brillante storico dell'arte Tomaso Montanari, occorre soffermarsi su come egli reagì all'annuncio della vittoria (per lui) nel referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. Nel suo blog ospitato da repubblica.it Montanari, con crudo e pungente simbolismo, si limitò a pubblicare l'immagine - senza alcun commento - del dipinto di Caravaggio che rappresenta Davide nell'atto di decapitare Golia, dopo averlo ucciso con la sua micidiale fionda. L'intenzione di Montanari, mi pare chiaro, è stata quella di rappresentare un potere ritenuto invincibile che viene abbattuto dall'audacia e dal coraggio di un giovane, che invece veniva dato per sconfitto in partenza.
      Ma qui i conti cominciano a non tornare, perché Golia era un semplice soldato filisteo dotato di un fisico e di un'armatura enormi, ma non aveva alcuna velleità di conquistare potere e tanto meno aspirava a diventare un capo, un  despota. Dunque, se il professor Montanari ha voluto reppresentare in Golia il "despota" Renzi, il paragone non regge. A voler pensar male, invece, il medesimo professore sembra aver piuttosto inteso rappresentare se stesso in Davide, il giovinetto sicuro dei propri mezzi e impavido che si era offerto di affrontare il gigante Golia dopo che tutti i soldati dell'esercito d'Israele - guidato da Re Saul - avevano prudentemente declinato l'invito. Quella del professor Montanari e dunque un'autostima notevole, senza dubbi o tentennamenti, e perciò rivolta ai più ambiziosi traguardi! Anche magari passando sopra all'amor proprio di tanti altri "soldati" dell'esercito del NO, che si sono più o meno impegnati nella battaglia referendaria ma che Montanari, stando alla lettera del suo sibolismo, non sembra calcolare granché.
      Fatta questa doverosa precisazione, il gesto di pubblicare l'immagine di Davide che decapita Golia dimostra la gioia e l'orgoglio del giovane storico dell'arte. Il suo incontenibile entusiasmo per una vittoria da lui ritenuta storica. Peccato che non tutti la pensino così e molti stiano aspettando saggiamente il trascorrere del tempo, che si dimostra sempre galantuomo. E se per avventura lo storico (sia pure dell'arte) Montanari dovesse essere tradito proprio dall'elemento temporale che lui conosce così bene? Il trascorrere degli anni potrebbe, ad esempio, mettere sempre più in evidenza che la vittoria del NO al referendum è stato il maggior "errore politico" degli ultimi 25 anni (assieme forse alla riforma del Titolo V della Costituzione) e che ha  già cominciato a provocare parecchi danni sul piano economico-fiunanziaro. E forse via via ne provocherà di sempre più evidenti e maggiori, a danno dell'intero Paese e perciò di tutti gli italiani. In primo luogo a spese dei più deboli, come sempre succede.
     Tuttavia sono certo che il professor Montanari non verrà neppure sfiorato da questi, pur legittimi e verosimili, dubbi. La sua concezione della politica l'ha mostrata negli inumerevoli dibattiti televisivi a cui ha partecipato, durante l'aspra battaglia referendaria, e nei quali si è battuto da par suo. Una concezione innanzitutto basata su un moralismo per nulla commisurato a un uomo di grande cultura come lui è. Si tratta di un difetto di visione che colpisce generalmente chi pretende di occuparsi di politica non avendone né l'esperienza né le doti, per cui si finisce per voler applicare alla politica una morale che non è la sua ma quella, tutta diversa, del singolo essere umano. Un po' come quel che è successo all'architetto Paolo Berdini a Roma. E non  aggiungo altro.
      Lo strano, a mio avviso, è che un navigato esperto di arte come Montanari, abituato
a valutare le minime ombre e le più impercettibili sfumature, abbia poi una visione così "rigida",  e addirittura quasi giacobina, della politica. Un visione in bianco e nero ma senza sfumature. In definitiva, dall'alto della mia quasi veneranda età potrei suggerire al professor Montanari di frenare il suo entusiamo per la politica e di occupare il suo tempo, molto più proficuamente, in un mestiere, quello della storia dell'arte, dov'egli già eccelle. In fondo gli è andata già di lusso con il referendum, perché sfidare ancora le insidie della "palude"?
      Potrei suggerire, ho detto, ma non ho alcune intenzione di farlo... (Giorgio Mendicini)



giovedì 16 febbraio 2017

Ilvo diamanti, il politologo che crede di essere imparziale ma che, sia pure a sua insaputa, non ama Matteo Renzi

 Ilvo Diamanti
         Roma,  16 febbraio 2017 - Quando, dopo la Direzione nazionale del PD di sabato scorso, ho sentito dire a Pierluigi Bersani che si è a un bivio e che occorre sapere se c'è il Pd e il PdR, "il Partito di Renzi", ho provato un moto di insofferenza e di fastidio. Lo stesso moto di fastidio e di insofferenza che mi assale puntualmente, ogni volta, quando leggo le pregevoli analisi di Ilvo Diamanti su "La Repubblica", nelle quali l'illustre politologo ripete fino alla nausea questa formuletta del PdR che, diciamolo chiaramente, non suona certo benevola nei confronti di Matteo Renzi. E' stato infatti l'eminente sociologo, politologo, saggista nonchè sondaggista a ripetere ossessivamente, in ogni suo articolo, la formula "non è più Pd ma il PdR, il Partito di Renzi", come a voler sottolineare un deterioramento e una decadenza del Partito Democratico rispetto a un suo non meglio identificato passato, più o meno glorioso. Ed è sempre Diamanti ad infilare l'espressione "non è più Pd ma PdR" in ogni suo scritto, come il prezzemolo, anche quando il contesto non richiederebbe una tale pignolesca puntualizzazione.
      Ciò ha messo da tempo le mie antenne in allarme, anche se sulle prime - devo essere sincero - avevo creduto che Diamanti, nella sua proclamata imparzialità scientifica, usasse questa formula per spiegare e caratterizzare meglio la situazione del Pd. Ma dopo aver visto tale formuletta ripetuta in decine di articoli, con ostinata pervicacia, ho cominciato a coltivare dentro di me qualche dubbio e mi sono chiesto: "Ma 'sto Diamanti c'è o ci fa?". Così ho preso a seguire in maniera puntuale e pignola ogni sospiro del Nostro e, rovistando fra le più eteree sfumature dei suoi scritti, mi sono fatto alla fine la convinzione che il professor Diamanti non è propriamente un estimatore di Matteo Renzi, o quanto meno non è un estimatore delle sue politiche. Solo che, nella sua posizione, non può renderlo troppo esplicito, pena il decadere della sua credibilità come osservatore imparziale dei fatti poltici del nostro Paese.
     Ed ecco cosa diceva il nostro professore il 5 dicembre scorso, giorno successivo alla sconfitta referendaria, in una diretta streaming di repubblica.it con Massimo Gannini e con Lucia Annunziata. Quest'ultima, sfoggiando il suo miglior ghigno (ironico?) della festa, esordì come meglio non poteva, affermando che "ormai Renzi può guidare solo il partito della Leopolda". A questo punto Massimo Giannini, con espressione melliflua e sempre in diretta, ripropose ad Ilvo Diamanti l'alto concetto appena espresso dall'Annunziata. Il prof era in collegamento e, sia pure tra qualche inciampo linguistico, sottoscrisse quanto detto dall'Annunziata. E poi ebbe a precisare:"E' da tempo che lo chiamo il Partito di Renzi ma dopo il risultato di questo referendum è ancora più chiaro che il Pd non c'è più ed è diventato il suo partito, il Partito di Renzi. Ripeto, Renzi lo aveva già personalizzato prima ma questo referendum ha trasformato profondamente la natura stessa del Pd."
       Un magnifico "assist" alla minoranza del Pd. Tanto è vero che Pierluigi Bersani (il quale aveva tenuto in serbo questo concetto per rilanciarlo in un'occasione importante) ha potuto, dopo la Direzione di sabato, tirarlo fuori dal frigo e lanciare la sua sfida epocale: "Ma è il Pd o il PdR? Così la scissione c'è già!". (Giorgio Mendicini)

mercoledì 15 febbraio 2017

Floris: un "pesciolino rosso" che si trasformò in piranha antirenziano e che oggi simpatizza per Grillo e per il M5S

Giovanni Floris e Matteo Renzi durante la famosa intervista-scontro a Ballarò.

    (di Giorgio Mendicini)  Roma, 15 febbraio 2017 - Fin quando era rimasto alla Rai, a condurre Ballarò, Giovanni Floris aveva evidentemente represso e racchiuso entro limiti accettabili la sua faziosità ideologica. Tenendola in gran parte celata dietro il suo sorriso a volte un po' forzato, da tranquillo "pesciolino rosso". Così, da giornalista brillante e preparato qual è, conduceva la sua trasmissione con modi formalmente equilibrati dal punto di vista partitico, politico e culturale. Tanto è vero che fece assurgere a rango nazionale alcuni personaggi semisconosciuti e apparentemente lontani dalle sue convinzioni partitico-politiche: come nel caso di Renata Polverini, oscura e inquattata sindacalista di destra, la quale ebbe una bella spinta dalla passerella televisiva offertale da Floris, sia per diventare presidente di centro-destra della Regione Lazio, nel 2010, e sia per diventare deputata del Pdl, nel 2013.
       E' rimasta storica, poi, la battuta con cui la grillina d'assalto Roberta Lombardi sbertucciò in diretta streaming Pierluigi Bersani, sbattendogli violentemente sulla faccia smunta e contrita il suo ormai storico "Sembra di essere a Ballarò!". Ma oltre a questi due risultati, ora non mi sovvengono alla mente altri eccezionali traguardi del Ballarò di Floris. A parte il fatto, lo ricordo nitidamente, che alla fine di ogni puntata sentivo un fastidioso vuoto interiore e pensavo tra me: "Ma di sta cavola di trasmissione perché non mi rimane mai dentro un pensiero, una riflessione, un dato politico certo?". All'inzio mi autocolpevolizzai, dicendomi che non era possibile che un giornalista bravo, preparato e brillante come Giovanni Floris non ti lasciasse mai nulla dentro. Ed ero convinto di essere io a non prestare la necessaria attenzione alla trasmissione, da lui così sapientemente contruita. Tanto è vero che, via via, alle successive puntate di Ballarò aguzzavo gli occhi e spremevo le meningi per assorbire al meglio le argomentazioni e le slide di Floris. Niente, non ci crederete ma non mi rimaneva dentro nulla. Allora cominciai a sospettare che quel vuoto non dipendesse da me quanto dalla trasmissione, che spesso degradava più sulle urla e sui violenti battibecchi - che facevano audience - piuttosto che orientarsi ad offrire spunti di riflessione agli spettatori.
    Così le mie visioni di Ballarò divennero più rarefatte, fin quando - lo ricordo come se fosse ora - incappai nella famigerata intervista-scontro con Matteo Renzi, nella quale il solitamente tranquillo Floris si trasformò, inopinatamente e con mia forte sorpresa, in un pesce piranha che azzannava violentemente da tutti i lati l'esterrefatto, in un primo momento, Matteo Renzi. Il quale però seppe rispondere per le rime. Ma qual era l'oggetto di quella furia del Floris-piranha? I presunti tagli al bilancio della Rai, di cui lui evidentemente si sentiva custode. Tagli che oggi - e, come sempre, il tempo dà ragione a Matteo - sono diventati preistoria di fronte ai risultati eccellenti scaturiti dalla nuove modalità di pagamento del canone, che è pure diminuito. Un'altra delle tante promesse mantenute da Renzi e che i suoi avversari, compreso Floris, non vogliono ammettere.
    Ed oggi? Intanto io mi guardo bene dal toccare sul telecomando il pulsante di La7, perchè non voglio mettere continuamente a rischio la  mia cistifellea. E Floris? Oggi il bravo e preparato Floris si trova, forse, a svolgere una parte che è di molto inferiore alle sue notevoli capacità giornalistiche. Ma che ci si vuol fare, così è la vita. E magari si finisce per apparire, a torto o a ragione, una sorta di accondiscendente cerimoniere. Indovinate di chi? (Giorgio Mendicini)

martedì 14 febbraio 2017

La cantonata cosmica di Goffredo Bettini e di Pierluigi Bersani sulla non pericolosità politica di Grillo e del M5S


Goffredo Bettini

         (di Giorgio Mendicini)  Roma, 14 febbraio 2017 - Ecco cosa ha scritto Goffredo Bettini, una delle "teste d'uovo" (ossia teste pensanti) del PD, alla vigilia della Direzione di ieri sull'"Huffington Post": "Si grida al pericolo di Grillo. Ritengo Grillo insopportabile, a partire dal suo eloquio. Ma attenzione! Per certi aspetti lo dovremmo persino ringraziare. In una fase di crisi spaventosa, in realtà, ha congelato i peggiori istinti populisti e anti democratici (anche se il movimento 5 stelle non è fatto solo di questa pasta) in un contenitore tutto sommato innocuo, non eversivo; in alcuni casi governato con una sapienza da prima repubblica, a dispetto di ogni coerenza sui contenuti e sulla linea politica. Grillo, ci ha dato un tempo nel quale potevamo riorganizzarci; rimandando qui da noi l'ondata di destra che ha investito l'Europa e l'occidente. Grillo è un fenomeno transitorio; una, due, mille Raggi ne decreteranno la decadenza politica e la diminuzione dei consensi. Tuttavia, la pausa che ci ha concesso potrebbe finire rapidamente. Noi non l'abbiamo saputa utilizzare: tra divisioni, ideologismi, sete di potere, pratiche in alcuni casi disgustose per i cittadini.Trump può essere la scintilla che incendia anche l'Italia con una destra illiberale, xenofoba, aggressiva, che rimane il nostro vero avversario".
        Queste considerazioni, richiamano quelle da sempre espresse pubblicamente da Pierluigi Bersani su Grillo e sul M5S, nel senso di giudicare il Movimento come collocato "al centro" dello schieramento politico italiano e quindi, aggiungo io, potenziale partner in un'alleanza politica con un PD non più guidato da Matteo Renzi. Nella visione molto angusta e provinciale di Bersani, dunque, Grillo non rappresenterebbe un pericolo per la democrazia italiana - un suo avversario irriducibile - ma addirittura una possibile risorsa.
      C'è da rimanere esterrefatti! Due fra i più navigati politici italiani non si rendono conto del pericolo mortale che rappresentano Grillo e il suo movimento per la democrazia italiana e per il Paese! In quanto gli unici a poter coagulare una maggioranza parlamentare (sia pur relativa) assemblando i seguenti micidiali ingredienti : 1) posizioni genericamente di destra e di estrema destra; 2) la incancrenita avversione alla "vecchia" politica; 3) i rabbiosi e radicati sentimenti anti-sistema; 4) la permanente protesta sociale.
       E vediamo dove e perché i due si sbagliano, e di grosso. Ieri Bersani, nel suo intervento in Direzione, ha sbandierato ancora una volta il pericolo di una Destra populista in Italia, pensando evidentemente alla Le Pen e anche a Trump e alla Brexit. Ed è proprio qui il punto in cui Bettini e Bersani - ma non solo loro - prendono una cantonata cosmica, dettata essenzialmente dalla visione limitata e provinciale che hanno molti politici italiani. E dettata anche dalla loro voglia di sbandierare lo spauracchio del possibile avvento di una destra "sovranista" nel nostro Paese. Sbagliano di grosso, ripeto, perché l'avvento di una destra alla Le Pen, alla Trump o alla Brexit non è prevedibile nel nostro Paese, proprio per il loro carattere spiccatamente "nazionalista". Ossia per una caratteristica che se venisse proposta come tale agli italiani riceverebbe in cambio solo un coro di sonore pernacchie. 
       Infatti, il leghista Salvini non fa leva su sentimenti "nazionalisti" per chiedere voti ma sulla xenofobia e sul razzismo: perché perfino lui di rende contro che se si richiamasse a sentimenti "nazionali" riceverebbe in cambio, come ho detto, delle sonore pernacchie. Dunque Salvini, a differenza di Grillo, non è in grado di coagulare una maggioranza pericolosa. Stesso discorso, ma più in piccolo, per la Meloni.
        Non rimane che Grillo, il pericolo mortale che Bettini e Bersani sottovalutano. Grillo, infatti, proprio per il mestiere che faceva ha girato in lungo e in largo il nostro Paese, ha parlato con migliaia di persone e si è reso conto perfettamente della seguenti cose: a) l'Italia è nettamente divisa, fra Nord e Sud, non solo sul piano territoriale ma sul piano delle infrastrutture, della situazione economica, del reddito, del livello culturale, della situazione sociale e chi più ne ha più ne metta...; b) l'Italia è letteralmente frantumata sul piano politico, in faide permaneti fra diverse formazioni sociali, fra bande, fra corporazioni e chi più ne ha più ne metta...; c) la massa degli italiani non stravede per le radici su cui si è formata la nazione, ossia non ama alla follia il Risorgimento; d) la retorica dei partiti di massa, DC e PCI, ha sempre aborrito il termine "nazione" perché richiamava il nazionalismo aggressivo praticato dal fascismo.
        In conclusione, nel nostro Paese - a differenza che in Francia, negli USA, in GB, in Germania, in Spagna, in Grecia - chiedere voti in base alla "spirito nazionale"  otterrebbe un effetto ridicolo. Dunque, come si è detto all'inizio, nel nostro Paese l'unica destra veramente pericolosa, mortale per la democrazia, sarebbe quella coagulata da Grillo, in base al sentimento politico, negativo e disgregante, che gli italiani coltivano da secoli: IL RIBELLISMO ANARCOIDE. Questo, e solo questo, è il vero pericolo "che viene da destra" in Italia.   

lunedì 13 febbraio 2017

L'Italia che crede ai 5 stelle? E' un pezzo di Paese deluso e antagonista, che ha smarrito le sue culture di riferimento

 
       (di Giorgio Mendicini) Roma, 12 febbraio 2017 - Ieri, sabato, io e mia moglie eravamo in un paesino dell'Abruzzo ed è qui che, finalmente, ho capito fino in fondo chi sono gli italiani che credono nei 5 stelle. Non sono "ignoranti" nel senso generico del termine, come qualcuno sostiene, ma persone quasi sempre sensate, competenti nel proprio lavoro e  in altre incombenze della vita, ben inserite nelle comunità dove vivono. Soffrono però, a mio parere, di una specie d'occulta ignoranza funzionale, tanto da apparire affetti, ai miei occhi, da una particolare forma di schizofrenia culturale e politica: da una parte sono persone normali che s'impegnano nella vita di tutti i giorni e dall'altra, invece, sono sprovvedute e ingenue quando si tratta di politica. Cercherò di spiegarmi meglio più avanti ma adesso, per non farla troppo lunga, è il momento di narrare il prologo.
        Come ci è solito quando passiamo in quei luoghi, io e mia moglie siamo andati a pranzo in un ristorantino familiare che offre quasi solo prodotti a chilometri zero. Il titolare, che da giovane faceva un mestiere del tutto diverso, adesso cura personalmente l'orto e il frutteto, con cui rifornisce la cucina del ristorante, e in più prepara la pasta fresca, che stende e taglia sul momento in cucina ma sempre in vista dei clienti. A sua madre sono lasciate, per diritto dinastico nonché per eccezionale bravura, varie altre preparazioni: una paradisiaca giardiniera all'agrodolce; una serie di sughi, semplici o lavorati, con pomodori e verdure dell'orto; una sfilza di deliziosi dolci e dessert. Sabato, per dirne una, ho assaggiato le sue inarrivabili mele cotogne sciroppate, e non aggiungo altro.
       Terminato il pranzo, annaffiato con un sanguigno e malandrino Montepulciano abruzzese, ci siamo messi in chiacchiera con il titolare, anche lui ansioso di scambiare qualche opinione. Ed è a questo punto - dopo aver parlato per un po' ed aver scoperto certe doti artistiche e la particolare sensibilità del nostro interlocutore - che per me si è rotto quel piccolo incantesimo e ho dovuto prender atto della dura realtà, perché gli ho sentito pronunciare le seguenti parole: "Però, quando parlano Di Battista e Di Maio dicono cose molto concrete e sensate". Ovviamente io e mia moglie ci siamo scambiati, di sfuggita, un'occhiata carica di sorpresa e di orrore, e abbiamo fatto di tutto per non mostrare la nostra sorpresa e il nostro sgomento. Quindi lo abbiamo lasciato un po' sfogare, per capirne di più. Sono venuto così a sapere, tra le altre cose, che ha sempre avuto simpatie per l'estrema destra, che non si fida neppure per sbaglio delle istituzioni, che preferisce tenere i soldi sotto il mattone e che in banca deposita solo lo trettissimo necessario.
     Certo non si può pensare che votino per Grillo solo operatori autonomi come il nostro simpatico, sorprendente ma confuso ristoratore. Ci sono impiegati, pensionati, agricoltori, operai, precari, disoccupati, sottocupati e chi più ne ha... Perciò qui va fatto un discorso più generale, per comprendere fino in fondo: la globalizzazione, ormai lo sanno anche i sassi, ha frantumato le formazioni sociali tradizionali, dalla classe operaia alla media borghesia urbana, spazzando via non solo le loro sicurezze economiche ma anche le loro radicate e specifiche culture. Ne è nata così, a mio parere, un'informe e gelatinosa  marmellata sociale (che in tanti chiamano, ottimisticamente, "popolo") la cui sola differenziazione interna è data dalla diversa capacità di consumo e che non solo ha accumulato risentimento e rabbia ma non ha neppure più il minimo punto di riferimento culturale. E tanto meno politico.
     Ma non è finita. C'è un altro fattore corrosivo che ha agito in maniera pesante e profonda, secondo la narrazione del filosofo Umberto Galimberti, sulla psicologia e sulla personalità dei singoli: si tratta del consumismo e del modo di produzione che lo sorregge. Un "vizio collettivo" come lo definisce lo stesso Galimberti che, in poche parole, porta al nihilismo e alla mancanza di rispetto per se stessi e per gli altri; soprattutto perché costringe a buttar via oggetti praticamente nuovi per sostituirli in un'eterna rincorsa al consumo e allo spreco. Basti riflettere su quanto scriveva, fin dagli anni '50, il filosofo Gunter Anders: "L'umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via tratta anche se stessa come un'umanità da buttar via". C'è bisogno di aggiungere altro per comprendere lo smarrimento, la confusione, la sfiducia che hanno colpito il cosiddetto "popolo" che ora si affida a un comico come se fosse il nuovo Salvatore?

sabato 11 febbraio 2017

Lettera aperta di un cittadino a Carlo Verdone sulla Giunta capitolina: "Ammetta il suo errore, lo faccia per Roma"


Carlo Verdone

         (di Giorgio Mendicini)  Roma, 11 febbraio 2017 - Ecco qui di seguito la lettera aperta che mi permetto di indirizzare al bravissimo e simpaticissimo regista e attore, relativa alle vicende della città di Roma, "città eterna", "caput mundi", Capitale d'Italia:  "Egregio e stimato Carlo Verdone, se qualche giorno addietro non mi fosse capitato un bizzaro episodio, questa lettera aperta a Lei indirizzata, con ogni probabilità, non avrebbe mai visto la luce. Perciò comincio con il prologo di quanto accaduto. Ci siamo ritrovati in quattro amici al bar sotto casa mia e, parlando delle tristi vicissitudini della Giunta capitolina, ad un  certo punto un componente della nostra allegra brigata se ne è uscito con questa frase: "Eh, ma pure quel Carlo Verdone, assieme a tanta gente del cinema, ha le sue responsabilità per la vittoria della Raggi!". Ebbene io, nel sentire una tale affermazione, mi sono voltato quasi di scatto verso colui che aveva parlato e, anche con una certa concitazione, ho cominciato a difenderLa.
        "E' vero che Verdone - ho sostenuto -  nell'autunno del 2105, se ben ricordo, ebbe a dire qualcosa del tipo 'Marino ha fallito, ora diamo fiducia ai 5 stelle', però non per questo gli si può gettare la croce addosso, senza aver prima riflettuto e dialogato. In fondo lui, pur essendo un grande del cinema, è un cittadino come noi e se anche dalla sua posizione conosce molte personalità politiche, dall'altra parte può benissimo ignorare, come ha dimostrato con le sue scelte errate, gli interiori e complessi meccanismi della politica. In fondo, ho concluso, Verdone si è laureato con una tesi sul cinema ed è perciò comprensibile che dei delicati equilibri e dei concetti-base della scienza politica lui capisca poco o nulla".
         E via via mi sono accalorato in questa Sua difesa. Verdone, ho detto agli amici, adora a ragione la nostra città e nella sua ricerca del meglio per Roma ha considerato le novità che potessero sostituire la vecchia e corrotta politica romana e ha valutato le nuove persone da appoggiare alle elezioni per il Campidoglio. "Il suo unico ma fondamentale errore - ho sottolineato agli amici - è stato quello di dimostrare una certa ignoranza delle regole di base della politica, affidandosi a un Movimento, quello del M5S, che rifiuta la democrazia rappresentativa e di conseguenza rifiuta l'autonomia dell'azione politica e istituzionale, ossia l'autonomia dei singoli rappresentanti politici". Ecco, ho proseguito, "sarebbe bastato che Verdone si fosse informato presso un qualsiasi onesto e sincero professore di Scienze Politiche, e avrebbe subito compreso, già molto prima delle votazioni per il Campidoglio, che con le dilettantesche e sconclusionate premesse teoriche elucubrate da Casaleggio padre -  una volta di fronte alla concreta realtà dell'amministrare - non solo non si va da nessuna parte, non solo si combinano pasticci a ripetizione ma si rischia di scivolare velocemente verso meccanismi autoritari". Ripeto, ho detto petulante agli amici, non si tratta del valore delle persone o della loro preparazione: sono le premesse teoriche del M5S, elaborate da Casaleggio padre, che portano in ogni caso al disastro.
         "Perciò - ho continuato - proprio l'ignoranza dimostrata da Verdone circa il valore insostituibile della democrazia rappresentativa, collaudata ormai da tempo nelle democrazie del mondo, ci dà la prova della sua totale e assoluta buona fede. Speriamo - ho concluso - che una persona intelligente come lui si ravveda il più presto possibile dell'errore, se già non lo ha fatto, anche per il bene di Roma e di tutti i romani. Perché qui non si tratta di stima verso questa o quella persona, di stima verso questa o quella Raggi, di stima verso questa o quella squadra di governo, ma di essere coscienti delle più elementari regole della democrazia rappresentativa. Accantonando quindi dilettantesche e pericolose teorie sul valore assoluto della democrazia diretta, propugnato come un ridicolo dogma dal M5S . La democrazia diretta esiste in tutte le costituzioni ma sempre accanto alla sua sorella maggiore che è quella rappresentativa dei Parlamenti. Accanto, a piccole dosi e in circostanze ben delimitate".  Con immutata stima e considerazione, Giorgio Mendicini
    

venerdì 10 febbraio 2017

Paolo Berdini e Sabrina Ferilli: la giunta Raggi, lo strazio di Roma e la teoria pseudoleniniana degli "utili idioti"

            (di Giorgio Mendicini) Roma, 10 febbraio 2017 - Questa notte, riflettendo intensamente sulle vicende della giunta di Virginia Raggi (e al non più tollerabile strazio che donnette e uominicchi avidi, inetti e ignoranti stanno infliggendo a Roma) sono apparsi dinnanzi agli occhi della mia mente, come in un lampo e contemporaneamente, due nomi: Paolo Berdini e Sabrina Ferilli. Due personaggi talmente diversi, direi antitetici, che io stesso mi sono sorpreso di questo strambo accoppiamento zampillato dal mio fantasticare. Subito dopo, però, in quel medesimo fantasticare si è fatta strada, improvvisamente, un'espressione che alla fin fine può spiegare tutto. E questa espressione è "utili idioti"...!
         Non c'è bisogno di spiegarlo, questo modo di dire, perché tutti sanno che viene comunemente attribuito a Lenin -  nella forma di "utili idioti dell'Occidente"- il quale l'avrebbe usato per indicare quei giornalisti e quei viaggiatori occidentali che, dopo aver visitato l'URSS, magnificavano e sostenevano l'Unione Sovietica e le sue politiche una volta tornati nel "mondo libero", in Occidente.
        Già, utili idioti. Ma perché proprio questi due personaggi così diversi, Berdini e Ferilli, hanno risvegliato in me il ricordo dell'espressione pseudoleniniana? Riflettendo e vieppiù riflettendo, la mia visione mentale (da confusa che era inizialmente) ha cominciato a mettere a fuoco alcune precise ragioni: e se i due personaggi, mi sono domandato, fossero da giudicarsi non solo come dei bravi cittadini che si impegnano per la loro città ma come parte integrante del problema-Roma? Ed ecco che le fila di un organico ragionamento hanno cominciato a dipanarsi fra miei circuiti mentali: uno, Paolo Berdini, rappresenta infatti, nel bene e nel male, la Roma dei famigerati studi professionali; l'altra, Sabrina Ferilli, è l'emblema di quel mondo del cinema che ai bei tempi era forza vitale per la Capitale e che ora sembra essere diventato la triste ombra di se stesso.
        Questi due signori, al pari dei mondi che essi rappresentano, hanno dato con le loro parole e con i loro atti una spinta decisiva - nel vuoto di una politica paralizzata dalla corruzione e dal clientelismo - per far sì che Roma cadesse nelle mani, ormai si è capito, di bande organizzate da piccoli quanto spietati avventurieri da fotoromanzo. "Ecco cosa succede - ho pensato fra me e me - quando la politica imbelle affoga nel fango e viene troppo precipitosamente sostituita da personaggi digiuni di qualsiasi arte del governare, i quali nella presunzione di far bene finiscono per compromettere definitivamente situazioni già fin troppo degradate". Ormai, infatti, sta diventando chiaro a tutti che la Capitale d'Italia, la "Roma caput mundi", la "città eterna" è caduta dalla padella alla brace, anche grazie al contributo di personaggi come Paolo Berdini e Sabrina Ferilli, con tutto il ventaglio di ambienti che essi rappresentano.
        "Utili idioti", ho sussurrato rivolgendomi a me stesso. Sì ma più precisamente, e per utilizzare al meglio l'espressione pseudoleniniana, "utili idioti provenienti dalla sinistra"...! (Giorgio Mendicini)

mercoledì 8 febbraio 2017

A Sanremo Crozza non sa fare satira su Renzi e, con bella faccia tosta, scopiazza Jerry Lewis



             (di Giorgio Mendicini) Roma, 8 febbraio 2017 - Quella che vorrebbe essere la caratterizzazione satirica di Matteo Renzi, ad opera di Maurizio Crozza, se non è la peggior performance del comico ligure è sicuramente tra le meno riuscite. Non è, infatti, un’imitazione e neppure una riproduzione, né una parodia e neanche uno sberleffo. Non si può definire un ricalco o uno scimmiottamento ma tutt’al più una contraffazione, un plagio. E sì perché non riuscendo a “satirizzare” con efficacia Matteo Renzi, il comico pelato non si è minimamente vergognato, a Sanremo, di scopiazzare pari pari un vecchio e famoso comico americano della nostra gioventù: Jerry Lewis. Finendo così non per  fare satira su Renzi ma per dileggiarlo, presentandolo come un vero e proprio deficiente. Forse Crozza, visto che sono passati alcuni decenni dal successo di Lewis, pensa di poter spacciare come moneta nuova di zecca la sua scopiazzatura. Però non è così, perché il plagio non si limita alle mossettine e alla smorfie – tipiche di Lewis – ma giunge perfino a un' acconciatura simile dei capelli e all’uso dei due “dentoni” incisivi sporgenti, che erano un altro dei cavalli di battaglia del comico americano. Sinceramente, da una squadra come quella di Crozza, che guadagna fior di bigliettoni (Crozza gira con un'auto sportiva da 210.000 euro) ci si poteva e doveva aspettare un po’ più di originalità, nel fare satira su Renzi. Soprattutto, quindi, nell’imitazione di colui che per una certa sinistra, e forse anche per l’iperideologizzato Crozza - amico di Beppe Grillo - sembra essere il nemico numero uno... (Giorgio Mendicini)




 

martedì 7 febbraio 2017

Le ragioni per cui il M5S di Grillo e Casaleggio contiene nel suo DNA precisi elementi antidemocratici e autoritari


         (di Giorgio Mendicini) Roma, 6 febbraio 2017 - La vicenda tragicomica, ormai archiviata, del mancato accordo fra Grillo e il gruppo liberale Alde del Parlamento europeo ha messo in luce pesanti contraddizioni. Ma, a mio parere, ha smosso in profondità anche il "non detto" che riguarda la natuta antidemocratica del movimento grillino. Una sorta di impronta "ademocratica" che appartiene al Dna del M5S e perciò "non negoziabile" dal punto di vista di Grillo e della Casaleggio & C.
      All'annuncio di una possibile intesa fra M5S e Alde mi sono subito chiesto, con sorpresa, come potesse una formazione politica tradizionale e di orientamento liberale fondersi, a livello di gruppo parlamentare, con un movimento come il M5S che rifiuta la democrazia rappresentativa e di conseguenza rifiuta l'autonomia dell'azione politica e istituzionale, ossia l'autonomia dei singoli rappresentanti politici.
       E  questo rifiuto nasce non come conseguenza di un' originale elaborazione teorica ma per un motivo molto terra terra, che può essere scaturito - nella patria di Machiavelli - solo dalle menti di alcuni analfabeti della politica. Ed ecco, a mio parere, il vero motivo del loro rifiuto: "Come si può impedire - si saranno chiesti a suo tempo Grillo e la Casaleggio & C. - che i rappresentanti politici si facciano corrompere e rubino"? Elementare, e piuttosto rozza, la loro risposta: togliendo ai politici, alla radice, la loro autonomia e il 'non vincolo di mandato' che rappresenterebbero - secondo le suddette menti di analfabeti della politica - lo scudo dietro cui nascondersi per portare a segno tutte le malefatte dei "vecchi" politici. Autonomia e 'non vincolo di mandato' che pure, mi permetto di ricordare, sono esplicitamente previsti dalla nostra Costituzione, che il movimento 5 stelle dice di voler difendere a spada tratta (ma solo a chiacchiere, evidentemente!).
        Ed era pienamente giustificata la posizione dei nostri padri costituenti, visto che si usciva da una disastrosa dittatura e bisognava impedire che si riproducessero le condizioni per qualche altra avventura autoritaria in Italia. Al contrario, le billanti menti di Grillo e Casaleggio (padre) cosa si vanno a inventare? Un bel contratto-capestro obbligatorio fra gli eletti del M5S e una società privata, con il preciso intento di scavalcare e di ignorare il dettato costituzionale. Per tarpare le ali ad ogni possibile autonomia dei rappresentanti eletti (dal popolo?) del M5S. L'impossibilità di essere normali, appunto.
       P.S. Come dimostra la vicenda della "sindaca" Raggi a Roma, la brillante idea del contratto-capestro, oltretutto illegale, ha fallito completamente perchè i suoi tanti errori (chiamiamoli così, anche se molti sono veri e propri atti di opportunismo) la sindaca li ha commessi quasi tutti di testa sua...(Giorgio Mendicini)     

venerdì 6 gennaio 2017

Tullio De Mauro e Valeria Fedeli, così diversi e così uguali di fronte alla corporazioni della scuola

     (di Giorgio Mendicini) Roma, 6 gennaio 2017 - All'annuncio della morte del linguista Tullio De Mauro - che fu ministro dell'Istruzione dal 2000 al 2001 - qualcuno ha commentato sarcasticamente "almeno lui la laurea ce l'aveva", pensando alla poco commendevole vicenda dell'attuale ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli, che la laurea non ce l'ha.
     In apparenza una battuta azzeccata, ma poi non così azzeccata se si guarda alla sostanza di quanto avvenne nel 2000 e di quanto sta avvenendo oggi nel mondo della scuola. Laurea o non laurea, la Fedeli, come De Mauro a suo tempo, si trova oggi ad avere un unico compito: rabbonire, con accordi sindacali, gli insegnanti imbizzarriti per la riforma della Giannini; così come nel 2000 De Mauro dovette rabbonirli dopo la riforma di Luigi Berlinguer.
       Come si vede, nulla di nuovo sotto il sole. Le corporazioni del mondo della scuola fanno e disfanno i ministri dell'Istruzione a loro piacimento, e con meccanismi che decennio dopo decennio  si somigliano come gocce d'acqua. Forse da questo punto di vista Valeria Fedeli, sindacalista di lungo corso, si dimostra più efficace all'Istruzione del povero Tullio De Mauro. Laurea o non laurea.





martedì 3 gennaio 2017

La globalizzazione e il voto in Occidente. Ma quanto pesano i "nuovi vizi" nelle scelte dei singoli elettori?

 
          (di Giorgio Mendicini) Roma, 3 gennaio 2017 - Le analisi sulle più importanti elezioni avvenute durante il 2016 nelle società occidentali (Brexit, presidenziali USA, referendum vari in Europa) fanno riferimento ai danni e agli sconvolgimenti sociali provocati dalla globalizzazione, per spiegare i clamorosi risultati anti-establishment e anti-élite. Che mi risulti, però, nessuno ha ancora introdotto nel dibattito pubblico un'analisi organica sul come siano oggi evolute (o degradate?) le aspettative e la psicologia degli elettori a livello individuale. Campo interessante e apparentemente inesplorato, che però potrebbe illuminarci su molte cause di certi mutati atteggiamenti e di certe scelte sorprendenti.
        La mia tesi è che se, nell'Occidente, la globalizzazione ha fatto sentire i suoi deleteri effetti a livello economico-sociale, altrettanto di potrebbe dire dei "nuovi vizi" che hanno prodotto enormi guasti a livello dei singoli individui, e nelle loro scelte di voto. Di questi ultimi però nessuno sembra preoccuparsi, almeno nel dibattito pubblico. Parlo innanzituto del consumismo e del suo approdo obbligato, il nihilismo, per cui, secondo il filosofo Umberto Galimberti ("I vizi capitali e i nuovi vizi", Feltrinelli Super UE, Milano, 2003) si introducono nella personalità e nei comportamenti degli esseri umani nuovi effetti e distorsioni: 1) il principio della distruzione; 2) l'inconsistenza delle cose; 3) il dissolvimento della durata temporale; 4) la crisi dell'identità personale; 5) l'evanescenza della libertà; 6) la politica come consumo.
       Non è questo il luogo per approfondire un'analisi così complessa ma non è inutile, invece, accennare ad un altro "nuovo vizio" individuato da Galimberti, e che a mio parere potrebbe avere sempre più influenza sulle scelte di voto degli elettori in Occidente. Si parla del conformismo, ossia di quella condizione per cui, nell'età delle tecnica e dell'economia globale, "lavorare significa in realtà col-laborare all'interno di un apparato, dove le azioni di ciascuno sono già anticipatamente descritte e prescritte dall'organigramma per il buon funzionamento dell'apparato stesso" (U. Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi). Una condizione che, in parte, può spiegare anche l'insoddisfazione di vasti strati di lavoratori e impiegati.
        Un altro "nuovo vizio" che, a mio parere, potrebbe influenzare le scelte di un elettore è ciò che Umberto Galimberti definisce sociopatia ossia una sindrome che alla fine dell'Ottocento veniva identificata da molti psichiatri come "follia morale" oppure "imbecillità morale". Oggi potrebbe essere definito un "vizio" perché, a differenza del passato, la sociopatia si è diffusa a macchia d'olio e sembra essere il modo di vivere di molti. Secondo lo scrittore americano Andrew Vachss, con questo modo di vivere l'individuo "segue solo i propri pensieri, procede per la sua strada, avverte solo il proprio dolore". "Sì - prosegue la descrizione di Vachss - non è forse la via giusta per sopravvivere in questo letamaio? Aspetta il tuo momento, abbassa la visiera. Non lasciare che ti leggano il cuore". A parere di Galimberti, comunque, la sociopatia "è piuttosto un'immaturità affettiva che nasconde una puerilità di fondo con conseguente indifferenza alle frustrazioni, incapacità di esprimere sentimenti positivi come simpatia e gratitudine, vita sessuale impersonale e non coinvolgente, apatia morale difficilmente incrinata da sentimenti di rimorso o di colpa, mancanza di responsabilità, falsità e insincerità, condotta antisociale...".
         Altro vizio dei nostri tempi che, a mio parere, può influenzare le scelte di un elettore è il diniego, ossia "un modo per mantenere segreta a noi stessi la verità che non abbiamo il coraggio di affrontare". "I mezzi di informazione - dice a questo proposito Umberto Galimberti - che ci fanno conoscere come mai prima era accaduto tutto quel che succede nel mondo, ci hanno messo nella condizione di praticare un nuovo vizio che rischia di passare inosservato perché molto diffuso, senza che la sua diffusione diminuisca di un grammo la sua tragicità. Questo vizio è il diniego, che consiste nel negare, nelle forme più svariate e ipocrite, l'esistenza di ciò che esiste e per giunta si conosce. E' un vizio antico ma i mezzi di informazione lo hanno reso esponenziale". Il diniego è molto subdolo "perché - dice Galimberti - assume forme così camuffate e per giunta così diffuse, al di là di ogni immaginazione, da risultare praticamente irriconoscibile. Basta porre attenzione ad alcune frasi o espressioni comuni quali 'chiudere un occhio', 'distogliere lo sguardo', 'guardare dall'altra parte', 'mettere la testa sotto la sabbia', 'non sollevare la polvere', fare lo struzzo', 'lavare i panni sporchi in casa propria', dire una mezza verità', per renderci conto di quanto le forme di diniego siano diffuse, e quanto devastanti siano gli effetti, nel mondo privato e in quello pubblico, di questo atteggiamento che nega ciò che esiste e che si conosce".



Referendum costituzionale 2016: la rivolta del Sud contro Renzi è stata inferiore a quella contro Berlusconi nel 2006

        Roma, 28 dicembre 2016 - Il Sud e le Isole hanno votato contro Renzi, si è detto dopo il referendum del 4 dicembre scorso.  Il che è vero. Ma se si fa un confronto con il referendum costituzionale del 2006 si nota immediatamente che anche allora il Sud e le Isole votarono contro il Governo Berlusconi, e in maniera molto più netta che non contro il Governo Renzi. Infatti, nel 2006 il NO ebbe - nel Sud e nelle Isole - il 73,31% (5.243.037 voti) e il SI totalizzò il 26,69% (1.908.616 voti). Nel referendum di quest'anno il NO ha avuto il 68,64% (6.725.493 voti) e il SI ha totalizzato il 31,36% (3.073.331 voti).
        Come si vede, al contrario di quanto da molti ipotizzato, il forte incremento dei votanti nel 2016 ha favorito il SI nel Sud e nelle Isole, dal momento che i votanti per il SI sono aumentati del 39% mentre i votanti per il NO sono aumentati solo del 28%. E in generale va tenuto conto del fatto che nel 2006 (ossia prima della grande crisi) la disoccupazione era poco più della metà di quella odierna, il che avvalora ancor di più la tesi secondo cui la "rivolta" del Sud contro il Governo Berlusconi va considerata molto ma molto più significativa di quella attuale contro il Governo Renzi.
        L'unica eccezione, rispetto all'andamento generale, è rappresentata dalla Sicilia, dove la "rivolta" contro Renzi è stata più marcata che non quella contro Berlusconi nel 2006. Dieci anni fa, in Sicilia, il SI ottenne il 30,03% (519.698 voti) e il NO ebbe il 69,97% (1.210.737 voti); mentre oggi al SI è andato il 28,42% (642.980 voti) e al NO il 71,58% (1.619.828 voti). E in Sicilia, quasi certamente, il voto è stato più politico e determinato dalla forte presenza del M5S nell'isola.




L'Europa e Julien Freund



Julien Freund, filosofo e autore de "La fine dello spirito europeo" ('La fin de la Renaissance', Presses Universitaires de France, 1980), libro pensato e concepito fin dagli anni '50. "Questo libro - scrive Freund nella prefazione - avanza l'ipotesi che noi europei non siamo semplicemente immersi in una crisi prolungata ma che siamo davanti al termine, al finire del nostro 'regno', che s'accascia: un'età storica, quella della Rinascenza, sta disgregandosi. L'Europa è ormai impotente ad accettare il destino che fu suo nei secoli. Assistiamo alla fine della prima civiltà di segno universale che il mondo abbia conosciuto. Il processo non dà luogo a una brusca scossa o a una convulsione, ma a una lenta trasmutazione disordinata. L'Europa sta trapassando verso qualcosa di totalmente diverso da quello che è stata fino ad oggi". (Nelle foto, Machiavelli e Cartesio).