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lunedì 13 febbraio 2017

L'Italia che crede ai 5 stelle? E' un pezzo di Paese deluso e antagonista, che ha smarrito le sue culture di riferimento

 
       (di Giorgio Mendicini) Roma, 12 febbraio 2017 - Ieri, sabato, io e mia moglie eravamo in un paesino dell'Abruzzo ed è qui che, finalmente, ho capito fino in fondo chi sono gli italiani che credono nei 5 stelle. Non sono "ignoranti" nel senso generico del termine, come qualcuno sostiene, ma persone quasi sempre sensate, competenti nel proprio lavoro e  in altre incombenze della vita, ben inserite nelle comunità dove vivono. Soffrono però, a mio parere, di una specie d'occulta ignoranza funzionale, tanto da apparire affetti, ai miei occhi, da una particolare forma di schizofrenia culturale e politica: da una parte sono persone normali che s'impegnano nella vita di tutti i giorni e dall'altra, invece, sono sprovvedute e ingenue quando si tratta di politica. Cercherò di spiegarmi meglio più avanti ma adesso, per non farla troppo lunga, è il momento di narrare il prologo.
        Come ci è solito quando passiamo in quei luoghi, io e mia moglie siamo andati a pranzo in un ristorantino familiare che offre quasi solo prodotti a chilometri zero. Il titolare, che da giovane faceva un mestiere del tutto diverso, adesso cura personalmente l'orto e il frutteto, con cui rifornisce la cucina del ristorante, e in più prepara la pasta fresca, che stende e taglia sul momento in cucina ma sempre in vista dei clienti. A sua madre sono lasciate, per diritto dinastico nonché per eccezionale bravura, varie altre preparazioni: una paradisiaca giardiniera all'agrodolce; una serie di sughi, semplici o lavorati, con pomodori e verdure dell'orto; una sfilza di deliziosi dolci e dessert. Sabato, per dirne una, ho assaggiato le sue inarrivabili mele cotogne sciroppate, e non aggiungo altro.
       Terminato il pranzo, annaffiato con un sanguigno e malandrino Montepulciano abruzzese, ci siamo messi in chiacchiera con il titolare, anche lui ansioso di scambiare qualche opinione. Ed è a questo punto - dopo aver parlato per un po' ed aver scoperto certe doti artistiche e la particolare sensibilità del nostro interlocutore - che per me si è rotto quel piccolo incantesimo e ho dovuto prender atto della dura realtà, perché gli ho sentito pronunciare le seguenti parole: "Però, quando parlano Di Battista e Di Maio dicono cose molto concrete e sensate". Ovviamente io e mia moglie ci siamo scambiati, di sfuggita, un'occhiata carica di sorpresa e di orrore, e abbiamo fatto di tutto per non mostrare la nostra sorpresa e il nostro sgomento. Quindi lo abbiamo lasciato un po' sfogare, per capirne di più. Sono venuto così a sapere, tra le altre cose, che ha sempre avuto simpatie per l'estrema destra, che non si fida neppure per sbaglio delle istituzioni, che preferisce tenere i soldi sotto il mattone e che in banca deposita solo lo trettissimo necessario.
     Certo non si può pensare che votino per Grillo solo operatori autonomi come il nostro simpatico, sorprendente ma confuso ristoratore. Ci sono impiegati, pensionati, agricoltori, operai, precari, disoccupati, sottocupati e chi più ne ha... Perciò qui va fatto un discorso più generale, per comprendere fino in fondo: la globalizzazione, ormai lo sanno anche i sassi, ha frantumato le formazioni sociali tradizionali, dalla classe operaia alla media borghesia urbana, spazzando via non solo le loro sicurezze economiche ma anche le loro radicate e specifiche culture. Ne è nata così, a mio parere, un'informe e gelatinosa  marmellata sociale (che in tanti chiamano, ottimisticamente, "popolo") la cui sola differenziazione interna è data dalla diversa capacità di consumo e che non solo ha accumulato risentimento e rabbia ma non ha neppure più il minimo punto di riferimento culturale. E tanto meno politico.
     Ma non è finita. C'è un altro fattore corrosivo che ha agito in maniera pesante e profonda, secondo la narrazione del filosofo Umberto Galimberti, sulla psicologia e sulla personalità dei singoli: si tratta del consumismo e del modo di produzione che lo sorregge. Un "vizio collettivo" come lo definisce lo stesso Galimberti che, in poche parole, porta al nihilismo e alla mancanza di rispetto per se stessi e per gli altri; soprattutto perché costringe a buttar via oggetti praticamente nuovi per sostituirli in un'eterna rincorsa al consumo e allo spreco. Basti riflettere su quanto scriveva, fin dagli anni '50, il filosofo Gunter Anders: "L'umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via tratta anche se stessa come un'umanità da buttar via". C'è bisogno di aggiungere altro per comprendere lo smarrimento, la confusione, la sfiducia che hanno colpito il cosiddetto "popolo" che ora si affida a un comico come se fosse il nuovo Salvatore?