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venerdì 6 gennaio 2017

Tullio De Mauro e Valeria Fedeli, così diversi e così uguali di fronte alla corporazioni della scuola

     (di Giorgio Mendicini) Roma, 6 gennaio 2017 - All'annuncio della morte del linguista Tullio De Mauro - che fu ministro dell'Istruzione dal 2000 al 2001 - qualcuno ha commentato sarcasticamente "almeno lui la laurea ce l'aveva", pensando alla poco commendevole vicenda dell'attuale ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli, che la laurea non ce l'ha.
     In apparenza una battuta azzeccata, ma poi non così azzeccata se si guarda alla sostanza di quanto avvenne nel 2000 e di quanto sta avvenendo oggi nel mondo della scuola. Laurea o non laurea, la Fedeli, come De Mauro a suo tempo, si trova oggi ad avere un unico compito: rabbonire, con accordi sindacali, gli insegnanti imbizzarriti per la riforma della Giannini; così come nel 2000 De Mauro dovette rabbonirli dopo la riforma di Luigi Berlinguer.
       Come si vede, nulla di nuovo sotto il sole. Le corporazioni del mondo della scuola fanno e disfanno i ministri dell'Istruzione a loro piacimento, e con meccanismi che decennio dopo decennio  si somigliano come gocce d'acqua. Forse da questo punto di vista Valeria Fedeli, sindacalista di lungo corso, si dimostra più efficace all'Istruzione del povero Tullio De Mauro. Laurea o non laurea.





martedì 3 gennaio 2017

La globalizzazione e il voto in Occidente. Ma quanto pesano i "nuovi vizi" nelle scelte dei singoli elettori?

 
          (di Giorgio Mendicini) Roma, 3 gennaio 2017 - Le analisi sulle più importanti elezioni avvenute durante il 2016 nelle società occidentali (Brexit, presidenziali USA, referendum vari in Europa) fanno riferimento ai danni e agli sconvolgimenti sociali provocati dalla globalizzazione, per spiegare i clamorosi risultati anti-establishment e anti-élite. Che mi risulti, però, nessuno ha ancora introdotto nel dibattito pubblico un'analisi organica sul come siano oggi evolute (o degradate?) le aspettative e la psicologia degli elettori a livello individuale. Campo interessante e apparentemente inesplorato, che però potrebbe illuminarci su molte cause di certi mutati atteggiamenti e di certe scelte sorprendenti.
        La mia tesi è che se, nell'Occidente, la globalizzazione ha fatto sentire i suoi deleteri effetti a livello economico-sociale, altrettanto di potrebbe dire dei "nuovi vizi" che hanno prodotto enormi guasti a livello dei singoli individui, e nelle loro scelte di voto. Di questi ultimi però nessuno sembra preoccuparsi, almeno nel dibattito pubblico. Parlo innanzituto del consumismo e del suo approdo obbligato, il nihilismo, per cui, secondo il filosofo Umberto Galimberti ("I vizi capitali e i nuovi vizi", Feltrinelli Super UE, Milano, 2003) si introducono nella personalità e nei comportamenti degli esseri umani nuovi effetti e distorsioni: 1) il principio della distruzione; 2) l'inconsistenza delle cose; 3) il dissolvimento della durata temporale; 4) la crisi dell'identità personale; 5) l'evanescenza della libertà; 6) la politica come consumo.
       Non è questo il luogo per approfondire un'analisi così complessa ma non è inutile, invece, accennare ad un altro "nuovo vizio" individuato da Galimberti, e che a mio parere potrebbe avere sempre più influenza sulle scelte di voto degli elettori in Occidente. Si parla del conformismo, ossia di quella condizione per cui, nell'età delle tecnica e dell'economia globale, "lavorare significa in realtà col-laborare all'interno di un apparato, dove le azioni di ciascuno sono già anticipatamente descritte e prescritte dall'organigramma per il buon funzionamento dell'apparato stesso" (U. Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi). Una condizione che, in parte, può spiegare anche l'insoddisfazione di vasti strati di lavoratori e impiegati.
        Un altro "nuovo vizio" che, a mio parere, potrebbe influenzare le scelte di un elettore è ciò che Umberto Galimberti definisce sociopatia ossia una sindrome che alla fine dell'Ottocento veniva identificata da molti psichiatri come "follia morale" oppure "imbecillità morale". Oggi potrebbe essere definito un "vizio" perché, a differenza del passato, la sociopatia si è diffusa a macchia d'olio e sembra essere il modo di vivere di molti. Secondo lo scrittore americano Andrew Vachss, con questo modo di vivere l'individuo "segue solo i propri pensieri, procede per la sua strada, avverte solo il proprio dolore". "Sì - prosegue la descrizione di Vachss - non è forse la via giusta per sopravvivere in questo letamaio? Aspetta il tuo momento, abbassa la visiera. Non lasciare che ti leggano il cuore". A parere di Galimberti, comunque, la sociopatia "è piuttosto un'immaturità affettiva che nasconde una puerilità di fondo con conseguente indifferenza alle frustrazioni, incapacità di esprimere sentimenti positivi come simpatia e gratitudine, vita sessuale impersonale e non coinvolgente, apatia morale difficilmente incrinata da sentimenti di rimorso o di colpa, mancanza di responsabilità, falsità e insincerità, condotta antisociale...".
         Altro vizio dei nostri tempi che, a mio parere, può influenzare le scelte di un elettore è il diniego, ossia "un modo per mantenere segreta a noi stessi la verità che non abbiamo il coraggio di affrontare". "I mezzi di informazione - dice a questo proposito Umberto Galimberti - che ci fanno conoscere come mai prima era accaduto tutto quel che succede nel mondo, ci hanno messo nella condizione di praticare un nuovo vizio che rischia di passare inosservato perché molto diffuso, senza che la sua diffusione diminuisca di un grammo la sua tragicità. Questo vizio è il diniego, che consiste nel negare, nelle forme più svariate e ipocrite, l'esistenza di ciò che esiste e per giunta si conosce. E' un vizio antico ma i mezzi di informazione lo hanno reso esponenziale". Il diniego è molto subdolo "perché - dice Galimberti - assume forme così camuffate e per giunta così diffuse, al di là di ogni immaginazione, da risultare praticamente irriconoscibile. Basta porre attenzione ad alcune frasi o espressioni comuni quali 'chiudere un occhio', 'distogliere lo sguardo', 'guardare dall'altra parte', 'mettere la testa sotto la sabbia', 'non sollevare la polvere', fare lo struzzo', 'lavare i panni sporchi in casa propria', dire una mezza verità', per renderci conto di quanto le forme di diniego siano diffuse, e quanto devastanti siano gli effetti, nel mondo privato e in quello pubblico, di questo atteggiamento che nega ciò che esiste e che si conosce".



Referendum costituzionale 2016: la rivolta del Sud contro Renzi è stata inferiore a quella contro Berlusconi nel 2006

        Roma, 28 dicembre 2016 - Il Sud e le Isole hanno votato contro Renzi, si è detto dopo il referendum del 4 dicembre scorso.  Il che è vero. Ma se si fa un confronto con il referendum costituzionale del 2006 si nota immediatamente che anche allora il Sud e le Isole votarono contro il Governo Berlusconi, e in maniera molto più netta che non contro il Governo Renzi. Infatti, nel 2006 il NO ebbe - nel Sud e nelle Isole - il 73,31% (5.243.037 voti) e il SI totalizzò il 26,69% (1.908.616 voti). Nel referendum di quest'anno il NO ha avuto il 68,64% (6.725.493 voti) e il SI ha totalizzato il 31,36% (3.073.331 voti).
        Come si vede, al contrario di quanto da molti ipotizzato, il forte incremento dei votanti nel 2016 ha favorito il SI nel Sud e nelle Isole, dal momento che i votanti per il SI sono aumentati del 39% mentre i votanti per il NO sono aumentati solo del 28%. E in generale va tenuto conto del fatto che nel 2006 (ossia prima della grande crisi) la disoccupazione era poco più della metà di quella odierna, il che avvalora ancor di più la tesi secondo cui la "rivolta" del Sud contro il Governo Berlusconi va considerata molto ma molto più significativa di quella attuale contro il Governo Renzi.
        L'unica eccezione, rispetto all'andamento generale, è rappresentata dalla Sicilia, dove la "rivolta" contro Renzi è stata più marcata che non quella contro Berlusconi nel 2006. Dieci anni fa, in Sicilia, il SI ottenne il 30,03% (519.698 voti) e il NO ebbe il 69,97% (1.210.737 voti); mentre oggi al SI è andato il 28,42% (642.980 voti) e al NO il 71,58% (1.619.828 voti). E in Sicilia, quasi certamente, il voto è stato più politico e determinato dalla forte presenza del M5S nell'isola.




L'Europa e Julien Freund



Julien Freund, filosofo e autore de "La fine dello spirito europeo" ('La fin de la Renaissance', Presses Universitaires de France, 1980), libro pensato e concepito fin dagli anni '50. "Questo libro - scrive Freund nella prefazione - avanza l'ipotesi che noi europei non siamo semplicemente immersi in una crisi prolungata ma che siamo davanti al termine, al finire del nostro 'regno', che s'accascia: un'età storica, quella della Rinascenza, sta disgregandosi. L'Europa è ormai impotente ad accettare il destino che fu suo nei secoli. Assistiamo alla fine della prima civiltà di segno universale che il mondo abbia conosciuto. Il processo non dà luogo a una brusca scossa o a una convulsione, ma a una lenta trasmutazione disordinata. L'Europa sta trapassando verso qualcosa di totalmente diverso da quello che è stata fino ad oggi". (Nelle foto, Machiavelli e Cartesio).